Titolo pagina: Tutte le case, uffici e computer
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Tutte le case, uffici e computer – un napoletano di reciprocità – magazzini virtuali…
Telelavoro? La parola magica forse è già superata prima ancora di nascere. E mentre si parla molto della sperimentazione del lavoro da casa per 7 mila impiegati inglesi della British Telecom o per alcuni migliaia di italiani, gli esperti si interrogano sulla vera rivoluzione dei prossimi anni: l’e-work, il lavoro elettronico, cioè il lavoro via Internet. “Perché”, spiega Angelo Failla, 42 anni, responsabile del settore Studi e Ricerche della Fondazione IBM, “è proprio vero quanto detto 80 anni fa dall’economista Alfred Marshall”. Cosa disse l’insegnamento prediletto da Keynes? “Sosteneva che l’importanza di una nuova idea destinata a provocare cambiamenti epocali, e quasi mai non è compresa pienamente dalla generazione che l’ha prodotta”. Secondo il guru del settore, ora sta accadendo la comprensione delle potenzialità delle nuove tecnologie. Failla dice: “ci sono troppe illusioni ottiche; restiamo alla suggestione giornalistica. La verità è che il lavoro, tutto ciò che concerne il lavoro, cambierà nella pelle e nella sostanza. E l’avvento del mondo ribalta il lavoro: le categorie professionali scompariranno; altre nasceranno; cambieranno i ritmi e i modi di vita fino nella più piccola quotidianità; e la mentalità delle persone, la stessa coscienza, si poserà su nuovi territori. L’e-commerce e l’e-business sono solo due aspetti di questa storia. E il telelavoro, di cui molto si parla, occuperà, forse, un capoverso”. La bozza di una convinzione diffusa. Marco Maiocchi ha 53 anni. Nel 1978 ha fondato con due colleghi del Politecnico di Milano (Roberto Polillo e Alberto Cazziol) l’Etnoteam, società per la soluzione dei problemi aziendali attraverso le tecnologie informatiche. Oggi Etnoteam, presieduta da Roberto Galimberti, fattura con 550 collaboratori oltre 90 miliardi e punta alla quotazione in Borsa entro l’anno. Esattamente come la controllata I.net (fondata nel ’94 e di cui il finanziere americano George Soros ha appena acquisito il 20%), che prevede per il prossimo anno un fatturato di 80 miliardi: Maiocchi illustra lo stato dell’arte con un esempio.
Il dono dell’ubiquità
“Questa mattina”, dice, “ho preso un caffè al bar. Poi sono andato in ufficio. Ho letto la posta e le relazioni che erano sulla mia scrivania. Ho scritto risposte e riunito i collaboratori. Dopo, con la mia assistente, ho organizzato l’agenda per domani. Poi sono andato negli archivi per fare una ricerca, per cui ho consultato anche tre esperti. Ho acquisito libri e prenotato il biglietto aereo, l’hotel e l’auto per fine settimana. Ora tornerò al bar per un aperitivo”. Una giornata normale? Non solo. “l’innovazione”, dice Maiocchi, “è che l’unico posto fisico sicuro in questa storia è il bar. Tutto il resto, ormai, non corrisponde più a un luogo fisico o a un’ora precisa. L’uomo ha acquisito il dono dell’ubiquità, ha realizzato la disintermediazione dello spazio e del tempo. E il senso delle metafore è cambiato. Se dico a un collaboratore di lasciare qualcosa sulla mia scrivania, sa bene che parlo del mio computer portatile. Se c’è una riunione, è sicuro un videoconferenza. Gli archivi sono tutto ciò che è accessibile al mondo attraverso la rete. “Telefonare” significa conversare via email, più efficace e poco intrusivo del telefono”. Cambia la forma, ma soprattutto esce stravolta la sostanza del lavoro. “Parlare di orario di lavoro, di ufficio, dei consueti sistemi di controllo della produttività o dell’efficienza, di capi e subordinati diventa non solo inadeguato ma piuttosto privo di senso”, dice Maiocchi. “il controllo tradizionale della produttività è finito. Si lavora solo per obiettivi. Il futuro è nella Total quality management. Tutto questo porta all’aumento del concetto di partecipazione. Quello introdotto dalla rete è un cambio culturale totale, a partire, ad esempio, dalle stesse radici del diritto del lavoro”.
Lavorare sempre e ovunque
Può sembrare quindi paradossale, ma l’e-work sembra andare proprio nella direzione opposta a quella del telelavoro. Altro che parola lavoro. La prospettiva è l’esatta contraria: essere in grado di lavorare sempre e ovunque, con un’abilità di connessione e interazione totale e un livello di coinvolgimento (che significa anche motivazione) in impennata verticale. “Anche perché”, dice Giovanni Pedde, direttore generale per l’Italia della Paramount, “il vero momento di apprendimento e di sfida è nel contatto umano. E le organizzazioni moderne, soprattutto quelle di matrice nord americana, considerano il lavoro di squadra e la funzione carismatica del capo come elementi inevitabili”. La rete, insomma, più che come strumento tecnologico per creare un lavoro periferico, evolverà nella direzione opposta: immergere a pieno carico l’attività caratterizzandola, libera dai legami dello spazio e del tempo, nella grande massa di tutto ciò che, ovunque, è in grado di conversare e interagire, in una pulsione incessante, e veramente totale. “Proprio per questo”, Failla ancora dice, “le realtà economiche che non si porranno in rete non solo non si espanderanno, ma in tempi relativamente brevi non avranno più le condizioni per sopravvivere. Tutto, dalle informazioni alle risorse, è ormai in rete. Ed è qui che l’organizzazione passa non solo all’informazione quanto. Naturalmente a condizione che se ne faccia un uso consapevole, efficace e intelligente”, oltre che quello, che spesso si vede situato sul web come una semplice vetrina, o Internet come casella postale attuata da loro. Qualcuno, per tentare in queste nuove dimensioni, è già in prova. E Capital ha selezionato tre storie esemplari, senza confini e tutti italiani.
Un napoletano di reciprocità
Prendi un napoletano che a Napoli decide di non stare “perché per lavorare, almeno fino a qualche anno fa, o veniva giù con compromessi con i politici o patti con la camorra”. Lo trasporti in una città linda alle porte di Monaco di Baviera; lo fai lavorare per una decina di anni nel campo della robotica. Infine dagli una solida conoscenza del mondo dell’informatica e fallo tornare napoletano, almeno dal punto di vista creativo. Il risultato del cocktail è Vincenzo Marino, 42 anni, l’inventore del primo servizio telematico totale per la gestione degli approvvigionamenti e dei ricambi industriali. Una storia semplice quindi sembra uno. Ma il risultato promette di essere per le aziende ancora più devastante di quanto, per quelli che vi piace leggerlo, è l’Amazon di Jeff Bezos (Capital, marzo 1999). “Qualsiasi azienda in qualsiasi parte del mondo”, dice Marino, “ora può ordinare attraverso noi un ricambio industriale necessario alla produzione o alla manutenzione dei propri sistemi, e riceverlo in tempo variabile da poche ore a un massimo di due giorni”. In pratica il sistema Unitec (questo il nome della società di Marino), consente di entrare in contatto con alcune migliaia di magazzini di altrettante aziende, di selezionare con un’unica procedura quali ricambi, di autorizzare l’ordine d’acquisto. Da questo momento è Unitec che provvede al reperimento dei beni dalle varie origini e alla consegna. Con il vantaggio, per l’acquirente, di effettuare un solo ordine, di operare nella lingua nazionale, e soprattutto di ricevere alla fine un’unica fattura. “Ogni singolo ordine d’acquisto”, spiega Marino, “costa a un’azienda da alcune centinaia di migliaia di lire a un paio di milioni. Non ha importanza che riguardi una sola vite o un intero container. Sono procedure interne agli uffici acquisti, i moduli di controllo, gli eventuali sinistri a rendere i costi quindi elevati”. E Marino garantisce un risultato: un risparmio per l’azienda, pari ad almeno il 50%. “Nel campo industriale”, dice, “i veri risparmi possono ormai essere realizzati più negli uffici che nei processi di produzione, già voi al massimo delle razioni”. Per questo è in aumento verticale il numero delle società (tra le altre Ilte, Piaggio, Iveco, Michelin, Bridgestone, Teksid) che non solo si rivolgono a lui per l’acquisto dei ricambi, ma anche per la gestione degli approvvigionamenti legati al normale ciclo produttivo.
Magazzini virtuali
Quindi i risparmi sono anche su altri depositari. Marino sta infatti costituendo i primi magazzini virtuali di area. “Ogni azienda”, spiega, “realizza enormi investimenti nel magazzino di ricambi industriali. E spesso, in uno stesso distretto industriale, aziende simili hanno approvvigionamenti analoghi. Mettiamo le singole disponibilità in rete, rendendole intercambiabili in caso di necessità. Un nostro compito è quindi anche quello di tracciare il pezzo che serve da chi lo ha in magazzino e non lo utilizza, per dirottarlo immediatamente a chi ha la necessità, e di ricostituire in poche ore il vuoto creato nel magazzino originale. In questo modo gli investimenti caratterizzanti diminuiscono e migliora per tutti la garanzia di poter disporre di ciò che serve in emergenza”. Con la stessa filosofia nascerà anche un consorzio virtuale di acquisto. Unitec infatti può aggregare ordini omogenei delle più varie origini, ottenendo prezzi migliori. Quindi nel centro di Gersthafen, tra batterie di computer che animano un sistema logico indipendente una vetrina di specialisti (in gran parte italiani e assegnati al raddoppio entro l’anno) porteranno quest’anno il fatturato (che era di 10 miliardi nel 1998) a oltre 50 miliardi.
Stampante del Web
Ad innovare sempre sono stati abituati. Poiché, negli anni 50, Adolph Frigoli ha deciso di trasformare una piccola categoria del paese (Castrezzato; nella bassa bresciana) in stamperia, inserendo gradualmente tecniche e sistemi all’avanguardia. Ma il vero colpo d’ala l’ha avuto tre anni fa il figlio Alberto, 49 anni. Di fronte all’avvento di Internet ha capito subito che la rete poteva essere un’opportunità di espansione del suo business, mentre molti suoi colleghi vivevano invece questa innovazione come una vera e propria minaccia. “Internet”, dice, “non è che una variante nel mondo della comunicazione. E se i miei clienti (16 mila, per un fatturato di 50 miliardi, ndr) vogliono siti web e pagine elettroniche piuttosto che dépliant su carta, molto vale produrli”. Oggi alla Poligrafica San Faustino (che mantiene il nome della vecchia categoria) 50 dipendenti sui 200 totali sono grafici e creano dedicati all’informatica. Ma c’è stata anche un’ulteriore e inaspettata evoluzione. “Mi sono accorto infatti”, dice Frigoli, “che i clienti per cui producevo soluzioni elettroniche di comunicazione provavano anche nuove strade di vendita”. Quindi è nato un vero e proprio ipermercato (www.carossi.it) all’interno del quale decine di aziende godono di uno spazio di vendita. Aperto ufficialmente nel settembre dell’anno scorso, articolato in 60 diverse vetrine (presto saranno 70), si basa su un software di vendita molto semplice per il cliente e, grazie a un sistema di pagamento protetto a punto con Carialo, totalmente sicuro nei pagamenti.
Sotto l’Abito Internet
L’anno scorso ha prodotto e venduto in ogni parte del modulo 45mila abiti da sposa e fatturato 110 miliardi. Tutti i capi su misura, e tutti realizzati grazie alla rete Emiliano Costantino, 47 anni, ha la sua sede a Vinosha, in Puglia. All’età di 18 anni, conseguito un diploma a pieni voti tecnico esperto, è stato assunto all’Italsider di Taranto. Vi rimase una settimana. La mamma Felicetta, che da quando aveva 13 anni cuciva trapunte per i corredi degli sposi, e gradualmente era passata a commercializzare corredi e abiti da sposa bianchi, la voleva accanto. Ma Costantino ha preferito, prima, prendere un periodo negli Stati Uniti “Mi sono iscritto a Harvard, dove mi sono laureato in economia aziendale”, dice, “al contempo lavoravo in azienda curando la campagna di Jimmy Carter alla presidenza. Facevo parte del suo staff. Sono maturato personalmente e professionalmente, fino a sentirmi pronto a diventare consigliere dell’azienda familiare”. È tornato nel 1974 e ha acquisito il suo primo computer. Qual è stato il risultato? Immagina una ragazza qualunque di Tokyo, o Los Angeles o di Londra, che entra in uno dei 2 mila negozi attivi all’interno del servizio sanitario nazionale di Costantino, e sceglie dal catalogo il modello che preferisce, apportando tutte le variazioni che ritiene opportune, e aggiungendo gli accessori necessari. Attraverso Internet vengono inviate a Ginosa non solo queste informazioni, ma anche un’immagine digitale dell’abito da sposa futuro e le sue misure. Un programma speciale elaborato in azienda da un Team guidato dallo stesso Costantino è in grado di inviare a Tokyo (o ovunque nel mondo), in meno di cinque minuti, l’elaborazione fotografica dell’abito interessato di cui il cliente ha sognato il possesso. E se il cliente trova la proposta soddisfacente, l’ordine di produzione viene immediatamente inoltrato all’unità produttiva competente per zona: in Tailandia (520 dipendenti) per i mercati dell’Asia e dell’Oceania; in Messico (250 assegnati) per il continente americano; o in Tunisia (75 assegnati) per l’Europa. Entro 72 ore l’abito, perfettamente su misura, viene ricapitato. “Con questo sistema”, dice Costantino, “è ora possibile proporre anche abiti da sposa di alta moda firmati dal designer Francisco Arena. Ed è la prima volta che griffe mondiali, per quanto ci risulta, vengono vendute su misura in rete”.